Asimmetrie mediterranee e fine di al-Andalus

La storia si è più volte imbattuta, nel corso delle secolari vicende dei rapporti euro-islamici, nelle asimmetrie della longitudine fra Anatolia, Vicino Oriente e penisola iberica. Nell'VIII secolo, agli arabo-berberi discutibilmente fermati dai franchi a Poitiers facevano riscontro gli umayyadi veramente arrestati dal basileus in Anatolia; alla fine dell'XI secolo, l'Islam veniva sconfitto in Sicilia e in Siria ma gli Almoravidi trionfavano in Spagna, e i crociati prendevano Gerusalemme quasi contemporaneamente alla presa mora di Valencia; un secolo più tardi, il Saladino umiliava gli eserciti crociati in Terrasanta, mentre, nella penisola iberica, gli almohadi venivano battuti.

Nella seconda metà del Quattrocento le asimmetrie longitudinali continuavano. Gli ottomani trionfavano nei Balcani e in Egeo, ma intanto si consumava l'ultimo atto dell'esistenza di al-Andalus.

La penisola iberica aveva risentito in un modo caratteristico della crisi sociale, economica, spirituale e religiosa di metà Trecento. In Castiglia Sancho IV, figlio di Alfonso X e di Bianca di Francia a sua volta figlia di san Luigi, dovette affrontare una guerra di successione che sfociò in un vero e proprio conflitto civile del quale approfittarono subito i mori per riaccendere - dopo la scomparsa del re, nel 1295 - la lotta in Andalusia. Francesi e aragonesi complicarono le cose venendo rispettivamente in aiuto ai pretendenti al trono castigliano durante la minore erà di Fedinando IV (1295-1312), il quale soltanto appoggiandosi ai secondi poté riprendere agli infedeli Córdoba che gli era stata strappata, impadronirsi di Gibilterra nel 1309 e tentare in tal modo un rinnovato accordo con gli emiri di Granada, ai quali però invano si era tentato di togliere Almeria. Vita non meno difficile ebbe Alfonso XI, stretto fra rivolte nobiliari e attacchi musulmani sostenuti dal Marocco della dinastia merinide: gli arrise comunque la grande vittoria del Rio Salado presso Tarifa, nel 1340, che determinò tre anni dopo la presa di Algesiras. Il re avrebbe forse conquistato anche Gibilterra, se la peste non l'avesse stroncato il 26 marzo del 1350 proprio sotto le sue mura.

Le tumultuose vicende politiche e dinastiche della Castiglia fra Tre e Quattrocento, segnate da inutili e costose campagne per la conquista del Portogallo, condussero a una fase ulteriore della guerra contro il mori di Granada che trovò ai primi del XV secolo un eroe nell'infante Ferdinando, detto "di Antequera" perché nel 1410 riuscì a conquistare quella città. Attraverso una sequela interminabile di congiure, tradimenti, liti tra le famiglie aristocratiche, uccisioni e colpi di scena, si pervenne il 19 ottobre del 1469 al matrimonio fra Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona e, nel decennio successivo, all'avvento dei due conuigi sui rispettivi troni.

Se l'unione fra gli eredi dei due regni poneva le condizioni per il ritorno alla pace interna, avanzava intanto anche il processo di sfaldamento dell'antica convivenza iberica tra i fedeli delle tre religioni nate dalla progenie di Abramo. I rapporti fra cristiani, musulmani ed ebrei erano andati deteriorandosi già nel corso del Trecento. La penisola iberica, all'epoca, era ancora considerata un rifugio sicuro per le comunità ebraiche cacciate da Francia e da Inghilterra: i re di Castiglia si erano rifiutati di accogliere il decreto del concilio Laternanense del 1215 che istituiva la rota gialla come segno di riconoscimento per gli ebrei; e francos erano chiamati quasi per definizione quei profughi che affluivano dai Pirenei o dai porti del Mediterraneo, cacciati e perseguitati da un'Europa che li accusava di prestar danaro a prezzi esorbitanti, di avvelenare i pozzi per diffonder la lebbra o la peste, di massacrare i bambini cristiani e di mischiarne il sangue al pane azzimo di Pasqua, di rubare e di profanare le ostie consacrate. La convivenza consentiva la libera controversia: come nel 1263, quando a Barcellona si teneva in presenza di re Giacomo I d'Aragona una disputa fra cristiani e giudei al termine della quale il sovrano ricompensava i rabbini per aver valorosamente difeso la loro causa, e il sabato successivo assisteva al servizio religioso in sinagoga.

Ma l'affluenza degli ebrei in Spagna e in Portogallo aveva provocato il triste radicarsi anche laggiù della malapianta della persecuzione. Nel 1412, in Castiglia, un editto regale prescriveva a ebrei e musulmani di risiedere in quartieri separati: il provvedimento fu imitato dall'Aragona nel 1415. S'affacciava così, al tempo stesso, anche il problema dei conversos, dei cristianos nuevos: che divenivano sempre più numerosi perché musulmani ed ebrei avevano difficoltà a resistere alla duplice pressione rappresentata dalle persecuzioni e dalla predicazione, ma che erano al tempo stesso guardati con disprezzo e sospetto dai cristianos viejos superbi della loro limpieza de sangre.

I musulmani iberici, i mudéjares, vennero trattati mediamente meglio degli ebrei. Erano meno ricchi, influenti e intraprendenti degli ebrei: per questo anche la persecuzione li colpì di meno.

Nel 1480 i Re Cattolici introdussero in Spagna un tribunale dell'Inquisizione per il quale il papa li autorizzava a scegliere i giudici, che furono identificati prevalentemente in teologi.

Nel 1502 tutti i mudéjares di Spagna scelsero in massa la conversione: ma gli orgogliosi cristiani iberici non si fidavano di quei moriscos, accusati di esser rimasti nel loro intimo dei musulmani, come i marranos erano rimasti ebrei. I musulmani e gli ebrei che intendevano rimanere tali non attesero l'espulsione per imbarcarsi alla volta dell'Africa settentrionale o delle regioni dell'impero ottomano. Molti ebrei - detti appunto "sefarditi" - lasciarono la loro amatissima Sefarad (la Spagna) anche per l'Italia. Dovunque essi approdarono, recarono ai paesi che li accolsero i tesori incomparabili della loro cultura, della loro intelligenza, del loro spirito intraprendente: e la Spagna, cacciandoli, perse un patrimonio che la lasciò irreversibilmente impoverita.

Si era intanto consumata la cancellazione di al-Andalus. Dopo la splendida signoria dell'emiro Maometto I, il fondatore della dinastia nazride di Granada e del palazzo dell'Alhambra, la dinastia fu una lunga sequenza di sommosse, di colpi di stato, d'iniziative sediziose.

Ferdinando era deciso a farla finita. Un nuovo splendido comandante militare si andava facendo strada: Consalvo de Córdoba, el Gran Capitán. Sotto Granada, catalani e aragonesi avevano raccolto un'armata che qualcuno ha voluto ascendesse a 80.000 uomini: Isabella, Ferdinando e Consalvo guidavano l'assedio. Lo sterminato campo cristiano era una città di tende: fu battezzato Santa Fe. Più che dalla forza delle armi, i mori furono piegati dalla fame nel duro inverno della città cinta dalla Sierra bianca di neve.

La resa - negoziata dal Gran Capitán direttamente in arabo, lingua che egli conosceva - avvenne il 2 gennaio del 1492: ma i Re Cattolici attesero l'Epifania per entrare entro la cinta della città. Feste, cerimonie di gioia, spettacoli e processioni si tennero per l'occasione in tutta Europa. La presa di Granada ebbe un'eco straordinaria in tutto il mondo cristiano: in essa, si celebrò quasi una grande rivalsa per lo smacco di Costantinopoli di trentanove anni prima.

Franco Cardini

(tratto e adattato da: F. CARDINI, In Terrasanta. Pellegrini italiani tra Medioevo e prima età moderna, Bologna 2002, pp. 134-139).